Un romagnolo nell'Agro Pontino
Rino Scarpellini arriva qui dalla Romagna nel 1971. Prende un terreno a Doganella di Ninfa, con dentro un casale mezzo diroccato, e comincia a coltivare verdure.
Sono gli anni in cui l'Agro Pontino è ancora una terra di gente arrivata da fuori. Le bonifiche degli anni Trenta avevano portato qui famiglie dal Veneto e dal Friuli; Rino arriva quarant'anni dopo, per conto suo, e ricomincia da capo su un terreno che non conosce.
Il 1988
Diciassette anni dopo prende la decisione che cambia l'azienda: converte tutto al biologico.
Bisogna capire cosa voleva dire allora. Il regolamento europeo sull'agricoltura biologica sarebbe arrivato solo nel 1991. Non esistevano scaffali dedicati, non c'era un pubblico che lo cercasse, e la parola «bio» non vendeva niente. Chi smetteva di usare la chimica lo faceva accettando raccolti più bassi, più lavoro e nessun premio sul prezzo.
Rino lo fa lo stesso. Da allora l'azienda è certificata senza interruzioni: trentotto anni. È il tipo di cosa che non si improvvisa e non si compra: o hai cominciato allora, o non ce l'hai.
Roberta e la vigna
Roberta cresce in mezzo ai campi e a un certo punto decide di restarci. Nel 2007 insiste per piantare la vigna, che nei piani di suo padre non c'era: Syrah e Cabernet Sauvignon.
È la stessa testardaggine di Rino, applicata a un'altra cosa.
Oggi
L'azienda la portiamo avanti in due. Si coltiva ortofrutta biologica, si fa il vino, e da qualche anno c'è anche l'area camper: otto piazzole per chi ha voglia di dormire dentro un'azienda agricola invece che in un parcheggio.
Non abbiamo un ufficio commerciale. Se chiami ti risponde uno di noi due, magari con le mani sporche di terra e magari al secondo squillo, perché stiamo in fondo al campo.
Noi non abbiamo avuto in eredità la terra dai nostri padri, ma l'abbiamo presa in prestito dai nostri figli. — Capo Sealth della tribù Duwamish, 1875
Il vecchio pollaio
Nel podere c'è un vecchio pollaio in muratura che non usiamo più. Negli anni due artisti hanno chiesto di poterlo ritrarre: Emiliano Gasbarrone lo ha dipinto ad acquerello, Clelia La Gioia lo ha disegnato a matita.
Non ce lo saremmo aspettati. È una costruzione di servizio, di quelle a cui non fai caso finché qualcuno non ti fa notare che ha una sua forma.

